The Kombo

KOBE Non potevamo, dopo aver parlato del Re, non citare il padrone della lega: 4 anelli, un titolo di MVP, 2 volte MVP all’All Star Game, bandiera e leader dei Los Angeles Lakers, Kobe Bryant. I media parlano sempre di LeBron come erede di MJ, ma se ce n’è uno in questo mondo chiamato NBA che può stare al suo livello è Kobe Bryant.

“Scrivimi un articolo su Kobe Bryant”. Così il boss mi ha detto circa un mese fa. Cosa facilissima e difficilissima allo stesso tempo, soprattutto per me, tifoso del 24 in maglia gialloviola fin dalla sua prima apparizione sul parquet dello Staples Center, nel lontano 1996 sotto coach Del Harris. Già in quelle prime acerbe e arroganti giocate di un ragazzino di diciassette anni si poteva capire cosa sarebbe diventato.

Certo ha dovuto compiere una maturazione fisica, tecnica e psicologica incredibile per arrivare ad essere attualmente il #1 della Lega. Ha dovuto incassare delusioni, due inesorabili 0-4 in due serie di play off, nel 1998 contro Utah, e nel 1999 contro San Antonio, ma forse proprio da quelle due delusioni è iniziato un primo processo di maturazione di Kobe. Da lì ha cominciato a capire l’importanza di essere anche un numero due, dietro l’ingombrante presenza di Shaq, mostratasi però necessaria per arrivare a vincere tre titoli consecutivi , come hanno dimostrato le serie con Sacramento nei playoff 2001 e 2002, e se non fosse abbastanza potete sempre chiedere notizie agli Spurs di Duncan e Robinson. Poi l’ambizione ha ripreso il sopravvento, l’idea di dover diventare il numero 1 della lega nella squadra numero 1, il voler essere leader anche nei comportamenti fuori dal campo dei propri compagni, O’Neal incluso, ha riportato lui e la squadra in un periodo buio, periodo in cui egli stesso sembrava pronto a cambiare squadra e in cui sono subentrati anche problemi extra cestistici e di natura penale, episodio Colorado.

Ma proprio da questo punto basso è cominciata la rinascita e la terza vita di Kobe. Capendo che da soli non si va da nessuna parte, che se non si vince di squadra magari si segnano 81 punti contro una Toronto qualsiasi ma poi i titoli vanno da altre parti, Bryant ha cominciato a chiedere a gran voce, magari a volte troppo alta, l’arrivo di qualcuno che potesse occupare un posto di alto livello nella squadra. Accontentato con l’arrivo di Pau Gasol, Kobe ha così potuto riprendere la rincorsa al suo,e non solo suo, mito: Michael Jordan. I suoi ultimi due anni si possono definire molto Jordaneschi, in questo blog in passato si è accostato (esagerando????) Lebron James a Magic Johnson, perché allora non cercare di paragonare il Kobe delle ultime due stagioni a Michael Jordan?

Al di là delle classiche similitudini dovute al medesimo allenatore (Jackson), allo stesso sistema di gioco (la Triangolo), allo stesso ruolo in campo  (guardia), Kobe ha sempre cercato di  emulare MJ, l’MJ dei 6 titoli quanto meno, e nelle ultime due stagioni il lavoro può dirsi quasi compiuto. Una volta ottenuta la squadra competitiva ha dovuto imparare a giocare come Jordan, ha dovuto imparare l’arte di essere importante non solo per i 40 punti che comunque spesso continua a segnare nei canestri avversari, ma anche per la capacità di passare un pallone decisivo ad un compagno più libero, la capacità di leggere la partita momento per momento e decidere se cavalcare se stesso o il Gasol, l’Odom o il Fisher di turno se le condizioni della partita portano verso di loro.

E così si sono costruite due stagioni vincenti, due finali NBA consecutive, un titolo, l’MVP delle stagione due anni fa e l’MVP delle finali lo scorso Giugno, qualcosa a cui Bryant ha sempre anelato, basta ricordarsi la sua faccia dopo le Finals del 2002, quando forse quel riconoscimento a Shaq è parso esagerato a molti.  Ha imparato anche a giocare sul dolore, le ultime due stagioni, tra problemi al gomito, fratture e distorsioni alle dita della mano, ci hanno fatto conoscere un Kobe fedele ad uno dei grandi motti di MJ : se c’è del dolore tu giocaci sopra al 150%. E quest’anno in casa si è portato anche un giocatore problematico con cui lo stesso Kobe ha discusso(???!!!???) in passato, quel Ron Artest il cui carattere e atteggiamento sono sempre imprevedibili, ed anche qui altra similitudine, basta pensare al Dennis Rodman in maglia Bulls.

Molti lo aspettano al varco e non gli perdoneranno niente, specie quando ogni tanto riemerge il vecchio Kobe, lui probabilmente lo sa, e nella sua testa c’è sempre la voglia di migliorarsi, di ampliare la sue già eccezionali armi offensive, non si spiega in altro modo un estate post titolo passata ad allenarsi con Hakeem Olajuwon per migliorare il suo gioco in post basso. E poi c’è quello sguardo, lo sguardo di uno che è ancora in missione che dice ai vari LBJ, D-Wade e compagnia che per vincere bisogna passare dal 24 in giallo viola, con lingua fuori annessa…e come disse lo stesso Mamba in un episodio degli MVPuppets: “Good Luck!”, se non ve lo ricordate..

Marco Abbati

F.M.B

Una vita passata nello sport specialmente nel mondo della pallacanestro, praticamente appassionato di tutti gli sport con una predilezione per quelli Made In USA. Non ho una squadra NBA preferita, tendo a simpatizzare quelli snobbati/odiati dalla comunità o i casi patologici, in NFL invece vi basti sapere TB12. Nickname: F.M.B