One-And-Done…

Negli ultimi anni tanti collegiali sono scappati dopo una sola stagione NCAA per approdare nei PRO e questo fenomeno inizia ad infastidire

Come qualcuno avrà notato sui Social Network non sono molto favorevole agli “one and done”, ovvero quei giocatori che lasciano il college dopo un solo anno, seguo da non molto, circa 3-4 anni il college basketball e ho visto un numero sempre crescente di giocatori lasciare la loro scuola per passare professionisti, e questo visto dalla parte dell’atleta è senza dubbio una voglia di fare soldi.

Avere fama e sfruttare il momento d’oro dello loro carriere. Ma non per tutti è o può essere cosi, talenti o presunti tali che scappano letteralmente dall’università già al momento della loro lettera d’intenti, una firma con un college solo formale visto che di li a forse 8-9 mesi saranno stipendiati con contratti milionari.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo abbassamento qualitativo del livello di gioco sia in NBA che in NCAA, vuoi per scelte rivedibili dei GM, vuoi per infortuni ma anche perché secondo la mia opinione si sbarca in NBA con troppa poca esperienza sia mentale sia di gioco. Solo per considerare gli ultimi 5 Draft c’è una grande quantità di “fenomeni sponsorizzati” che vedendo le luci dei dollari hanno preferito questa scelta a quella di continuare a crescere e migliorare a scuola con allenatori spesso più capaci di quelli che sono in NBA.

Troppa fretta di salire al piano di sopra, il più delle volte è forzata dei media, dagli sponsor che creano un’aspettativa su un determinato giocatore solo perché contro dei bambini delle HS schiaccia da 3 metri o stoppa giocatori di forse 1,90…beh…giocare alle HS contro dei ragazzi che difficilmente diventeranno giocatori professionisti, davanti a forse 100-200 persone è ben diverso dal giocare contro giocatori veri e propri a livello NCAA davanti a 20-25’000 persone che fanno un casino che nessuna mente umana può immaginare prima di trovarseli davanti.

La pressione dei media che cercano in continuazione il nuovo LeBron James o il nuovo Kevin Durant è esagerata per dei ragazzi di 17-18 anni che rischiano di bruciarsi anche mentalmente oltre che tecnicamente sedendosi sugli allori della loro reputazione da “Next Gen Player”.
Continuando cosi arriveremo alla morte del College Basketball, con i giocatori che stanno iniziando a preferire fare 2-3 anni di D-League dopo la HS piuttosto che maturare in un contesto più serio come può essere una Duke, una Kansas o una North Carolina.
Le dinasty e i miti del college sono la conseguenza anche dei migliori giocatori che lottano per la loro scuola come se fosse una seconda pelle, UCLA con John Wooden è riuscita a vincere e restare competitiva ad altissimi livelli per quasi 20 anni, ma a quel tempo i giocatori erano fedeli alla loro scelta, vero che in NBA non c’erano i contratti milionari di ora ma un giocatori che passa 4 anni al college è sicuramente più pronto a dare una mano fin da subito alla squadra che lo seleziona al draft…vedi i vari Olajuwon, Jordan, Bird, Drexler, tutti hanno fatto minimo 3 anni a scuola pur sapendo loro e i media che erano già di livello superiore.

Anthony Bennett, Shabazz Muhammad, Archie Goodwin, Ricardo Leto , ma anche Cody Zeller e Steven Adams avrebbero fatto meglio per loro, per il college e per l’NBA a crescere ancora un po’ prima di abbassare ancora di più il livello delle panchine NBA e delle squadre NCAA.

S.Bei

S.Bei

Sono di Rieti e ho una passione viscerale per il college basketball. Il mio giocatore preferito è Doug McDermott, non seguo particolarmente le vicende dei top team ma mi piace scovare giocatori promettenti nelle cosidette Mid-Major perchè a trovare il fenomeno a Kentucky, Duke o Louisville sono capaci tutti…il bello è trovarli dove non guarda nessuno! Nickname: Ste