NBA, Sterling…Velieri in burrasca

Si è scritto e dato molte interpretazioni al terremoto che ha scosso l’NBA in questi ultimi giorni, in questo Focus il mio pensiero sul pianeta NBA tra proprietari, casi e razzismo.

DISCLAIMER: Questo articolo è ampiamente speculativo, le mie sono solo proiezioni e ricostruzioni basate sul nulla, dato che non sono un insider della NBA. Sono solo parzialmente responsabile delle boiate che scrivo. Cheers.

L’NBA è una macchina che produce 4 miliardi di indotto l’anno, godzillione di dollari in più, fantastliardo di dollari in meno.
Molto più di quanto potreste sognare di guadagnare nell’intera vita da stagista permanente e/o precario sottomesso quale vi si prospetta.
Una cosa che si tende a dimenticare quando si parla di questi leviatani economici è che, secondo logica, non li si lascia gestire al primo che passa, e neanche al secondo, ma si cerca piuttosto di scegliere i più furbi e i più scaltri tra i presenti, i quali, data l’importanza dell’oggetto tenderanno a ridurre al minimo la possibilità di un evento non previsto, fuori controllo.

Certo c’è voluto tempo per affinare questo sistema, precisamente ci sono voluti 30 anni secchi, quelli della gestione David Stern. Mi preme ricordarlo a chi, con aria basita, scopre ora, grazie al caso Sterling, che nella lega ci sono dei ricchi ebrei che si fanno i soldi alle spalle dei poveri neri cresciuti nelle periferie degli States.

Una enorme e compatta fortezza semovibile, che solo agli occhi di uno stolto potrebbe sembrare frammentata in 30 appendici e innumerevoli servi, lo stesso stolto che ignora la verità di un’unica indiscutibile volontà al comando.
La lega decide, la lega impone, la lega supervisiona. Punto.
Come per la trade di Chris Paul, ve la ricordate?

Doveva atterrare a L.A. sulla sponda lacustre, ma qualcuno disse “ciccia”, il David Stern di cui sopra, e quindi finì ai Clips.

Ecco, nello stesso periodo un Jerry Buss malato stava lasciando operare il figlio Jim in sua vece, il quale combinava danni irreparabili come sfanculare lo zen, con l’aria di chi sarà presto padrone del mondo.
Ricordate quella questione dell’occhio onnisciente della lega?
Ecco, l’NBA mette in atto una strategia di danno controllato, dove una giovane e futuribile star finisce in una realtà da plasmare, e sull’altra costa atterrano un veterano e un contratto in scadenza. In caso vincano bene, in caso perdano non c’è nessun ostacolo alla migrazione di Howard. Lontano da quell’inetto Jim Buss che sembra non voler sentire ragioni.
Ragioni che riguardano la cessione dei Lakers, dove, tra i migliori offerenti, c’è un certo Magic Johnson alla testa di un gruppo di investitori.

Magic Johnson, quello che 30 anni prima entrò nella lega sul cavallo bianco della sovra-mediatizzazione, un cavallo donato gentilmente da David Stern (all’epoca consigliere generale), producendo da subito un boost di popolarità senza precedenti nella storia della NBA.

Magic Johnson, la sorridente e amata faccia della lega.

Manco l’HIV l’ha scalfito a quello.
Quello della foto con fidanzata di Sterling. Quello che adesso si vocifera sia in coda per l’acquisto dei Clippers.
Comincia a suonare qualche campanello?
Noi, italiani, di intercettazioni ce ne intendiamo. Gli ultimi 10 anni di politica sono tutta un’intercettazione senza soluzione di continuità. E sappiamo bene cosa succede quando vengono esposte al pubblico: gli intercettati, e i loro difensori, urlano al sopruso, all’abuso e all’illegalità.
Quindi, l’inesistente difesa di Sterling è un silenzio assordante.
Ma ancora più assordante sono stati gli attacchi immediati e senza freni di tutta la comunità NBA, compatta e granitica, dai giocatori fino agli analisti della TNT e della ESPN.

“Immediati” è certamente l’aggettivo che dei due mi sconvolge di più. In condizioni normali nessuno si azzarderebbe a muovere accuse ad un plurimilionario senza prima avere la certezza sulle fonti, e la sicurezza riguardo alla genuinità delle prove a carico.
Vi è più se siamo nella nazione dove si fanno processi per danni morali anche sul lancio delle caccole.
Insomma roba del genere non passerebbe inosservata a degli avvocati:

This is hardly the first unflattering story when it comes to Sterling, who purchased the team in 1981 for $12.5 million (according to Forbes Magazine). Clippers legend and former general manager Elgin Baylor accused him of having a “plantation mentality” in his unsuccessful lawsuit against Sterling. Sterling also paid millions to settle with the U.S. Department of Justice after being sued for discriminatory rental practices.

Sui contenuti delle intercettazioni non si discute, anche se, in tutta onestà non sembra di sentir parlare un quadro del KKK, ma piuttosto un vecchio reazionario combattuto tra quello che vorrebbe fare e quello che gli chiedono di fare (i toni non sono per nulla sopra le righe, anzi).
La legittimità nel renderle pubbliche è tutta un’altra storia.
Sterling, anziano avvocato di scarso successo convertito a palazzinaro di Los Angeles, è entrato nella famiglia NBA grazie all’amico fraterno Jerry Buss, morto il quale, lo ha lasciato senza quella protezione necessaria per rimanere a galla in quella vasca di squali che deve essere il mondo dell’imprenditoria sportiva americana.
Figura scomoda, incompetente, iracondo e tirchio, evidentemente un peso per l’immagine e l’economia della lega.
La mia ipotesi è che a Sterling sia stata fatta una proposta di cessione della franchigia e, a fronte di un rifiuto, si sia montato un caso mediatico per costringerlo a cedere il comando dei velieri.
Un trappolone che, vista l’assenza di reazioni da parte di Sterling, potrebbe essere stato piazzato dal “Inner circle”, in grado probabilmente di minacciarlo con molto più di qualche battuta razzista rubata in una conversazione telefonica.

Segue il circo degli indignati, grandi offerte scontate al 50%

“I mean I was pretty shocked,” Casspi told USA TODAY Sports. “He’s been the owner of that team for many years, and in 2014 you still have racism. It’s just sad. To me, it’s sad. Having dealt with anti-Semitism as a Jew, and with Jewish history and now in the United States (being) probably the most free country in the world. It’s just sad. I feel bad for him. I don’t think he’ll be an NBA owner anymore. I don’t think the players would like to play for him.”

Questi attori di contorno, sempre pronti a ribadire l’ovvio, non sono neanche nel registro paga del trappolone anzi, sono missionari dello scontato pronti a dedicarsi anima e corpo nel volontariato a scopo di dumping intellettuale.
Parlando di intelletto poi, per ribadire come tutto non torni (pur facendo tornare tutto), sono ammirevoli le espressioni contrite sui volti dei giocatori dei Clippers nell’atto della loro protesta, un gesto simbolico molto forte e di impatto finemente concepito e coreografato, palesemente, da qualcun altro. Perché ricordiamolo, questi sono gli stessi a cui lasciavano saltare le lezioni all’high school per potersi allenare e far vincere all’istituto il campionato studentesco.
Sono gli stessi che rilasciano interviste monosillabiche dalla sintassi e dai contenuti al limite del ritardo mentale. 
Dubito quindi siano in grado di concepire una forma di dissenso che non preveda i pugni in faccia, il che rende l’uso di metafore e simbolismi decisamente improbabile.

Ma l’NBA non è solo un’industria, è anche uno show, e come tale deve mettere davanti agli occhi del suo pubblico qualcosa che li convinca, e quale argomento migliore del razzismo per indignare chiunque e ridurre il sospetto a zero?

Qualcuno dovrà dire a Casspi che l’America non è veramente la terra delle libertà, almeno non per la gente comune.
D’altronde voi, la vostra Ferrari, la fareste guidare ad un neopatentato ubriaco, lanciato verso una meta ignota nel traffico delle 7 del mattino sulla tangenziale?

Ecco, vi siete risposti.

Adrien

Adrien

Il basket dei playground milanesi gli regala esclusivamente infortuni, relegandolo ad una vita di solo NBA League Pass e cibo del discount. Cuore giallo-viola con Bargnani sempre in cima ai suoi pensieri…ma non quelli nobili Nickname: Adrien