Bob Ryan, il problematico tiro da 3 punti

Recentemente è uscito un’articolo sul Boston Globe in cui Bob Ryan, un’enciclopedia del basket vivente, muove una dura critica verso l’esistenza stessa del tiro da 3 punti.Scorrono le righe e piccole perle di storia del basket vengono donate al lettore, il lento, lentissimo, impatto del tiro da 3 sulla natura stessa del gioco, la riluttanza di giocatori e coach a sperimentare questa nuova soluzione.

Sorprendono le parole di Larry Bird, un grande interprete del tiro pesante, infastidito dal fatto che si potesse perdere a causa di una tripla quando si era sopra di due punti.
Bob Ryan riesce a dare corpo allo scossone che l’introduzione della linea da 3 punti ha prodotto, di come le squadre si interrogassero sulle strategie da adottare quando ci si trovava in vantaggio di tre a ridosso dello scadere. Nel 1980 i Supersonics forzarono in overtime i Celtics con una tripla allo scadere, Seattle finì per vincere la partita e il giorno dopo il dibattito prese fuoco. Un dibattito che fino a quel momento nessuno aveva immaginato fosse possibile.

Stephen+Curry+Golden+State+Warriors+v+Sacramento+EDbAm2BRwIrxAbe Saperstein, diventato poi l’impresario degli Harlem Globetrotters, introdusse la modifica al fine di ribilanciare il gioco che stava cominciando a pendere troppo dalla parte dei colossi, degli uomini d’area, e progressivamente escludendo i “piccoli”.
Saperstein di certo non aveva in mente Stephen Curry o Porzingis, ironizza Ryan con una punta di amarezza che non lascia indifferenti.
Personalmente, a differenza di Bob Ryan, non ho conosciuto una NBA senza tiro da 3, quindi sono immune a questa declinazione nostalgica da purista del gioco, ma comprendo bene il suo disappunto davanti allo spettacolo del basket contemporaneo.
Ciò non di meno credo che la sua analisi sia parzialmente, se non integralmente errata.
Se è vero che l’introduzione del tiro da 3 punti ha cambiato drasticamente l’interpretazione del gioco, sia da un punto di vista strategico che da quello semplicemente geometrico, con l’allargamento del campo e, di conseguenza, delle difese, è anche vero che il basket ne ha giovato sotto tutti i punti di vista.
Guardare una vecchia partita degli anni ’60 mi provoca una sensazione di disorientamento: è in atto una sorta di danza, in cui l’avvicinamento al canestro è l’unico obbiettivo, l’area è incredibilmente satura, l’unico centro gravitazionale costante è quel piccolo spazio pitturato.

L’introduzione del tiro da tre punti, anche se lentamente, conferisce al gioco una tridimensionalità tutta nuova, nelle migliori interpretazioni la coralità della squadra e dei movimenti viene ampliata, non è un mero artificio di spettacolo come vuole intenderlo Bob Ryan, ma un livello di complessità maggiore.
Il tiro da tre punti è un rompicapo sia per la difesa che per l’attacco, la sua costruzione passa obbligatoriamente per nuove permutazioni di elementi che altrimenti sarebbero rimasti immutati.
1998, Gara 4 Indiana Pacers – Chicago Bulls.
Reggie Miller si stacca dal suo marcatore, passa un blocco, ne passa un’altro, allontana di peso Michael Jordan (è un’altra epoca) e va a ricevere la rimessa sulla linea dei 3 punti, al lato opposto da dove tutto era cominciato.
E’ un tiro per la vittoria, entra.
E’ un tiro ottimamente costruito, due pin-down screens ed un’uscita ad L. Chiunque vi dica che questa non è buona pallacanestro merita i vostri insulti.

Negli anni della mia adolescenza i tiratori da tre erano gente come Jeff Hornacek e Dan Majerle, certo se andate a vedere gli highlights su youtube sicuramente vi imbatterete in qualche tripla scomposta con la mano del difensore in faccia, o qualche roccambolesca conclusione simile, ma si trattava di giocatori estremamente intelligenti e quadrati, che hanno votato la loro carriera a prendersi i tiri che emergevano naturalmente dallo schema.

Quello che permette ai tiratori di oggi di prendere, e mettere, degli sconsiderati tiri da 3 che fanno storcere il naso al buon Bob Ryan non è, come sembra emergere dall’articolo sul Globe, la naturale progressione nell’utilizzo del gioco fuori dall’arco, ma l’implementazione di un’altra regola: l’abolizione dell’hand-check.
Sono pienamente consapevole di suonare come un disco rotto, un disco che vi dice tutti i giorni che la regola sull’hand-check è il male assoluto, il cancro che sta debilitando la NBA … ma lo è.
Stephen Curry è un giocatore dalle capacità balistiche indiscusse, è veloce come una lepre ed anche assassino dal pallaggio, le tre cose assieme lo avrebbero reso difficile da marcare nel 1996, ma ora, con queste regole, semplicemente lo rendono impossibile da marcare.

Il povero difensore deve scegliere se avvicinarsi e privarlo del “metro” per tirare, ma farsi bruciare in partenza, o fare un passo indietro per contenere la penetrazione, ma lasciarlo tirare da 3.
Un tempo questo problema avrebbe trovato una soluzione ovvia: lo privo dello spazio di tiro, e quando mette giù la palla gli piazzo una mano sul corpo opponendogli il mio peso. Non è bastato con Jordan che ne metteva 40 anche quando i difensori lo abbracciavano, ma potrebbe funzionare bene con Curry e il suo fisico “leggero”.
A meno che Curry non si riveli un Allen Iverson sopito, in grado di prendersi dei contatti mortali, segnare e rialzarsi per tornare in difesa. In quel caso, giù il cappello.

Questa impossibilità di poggiare una mano sull’avversario per “guidarlo” in difesa si applica a chiunque stia attaccando frontalmente il canestro, motivo per il quale da 10 anni a questa parte si prediligono, e si formano, lunghi in grado di tirare frontalmente, piuttosto che gente abile spalle a canestro.

La tendenza delle squadre attuali a sovra-sfruttare questa falla del sistema era solo questione di tempo e risorse umane per essere applicata.
Dal punto di vista storico la lega ha cambiato spesso regole in favore di una maggior equità, per “depotenziare” lo strapotere di alcuni giocatori: la regola dei 3 secondi per impedire ai giocatori molto alti come Leroy Edwards di sostare in area, la illegal-offense per impedire ai Bulls di iniziare l’azione con un isolamento di Jordan, la regola dei 5 secondi per impedire a Charles Barkley di rimanere indefinitivamente con le spalle a canestro e la palla in mano, il leg-kick di Reggie Miller per farsi chiamare fallo dopo aver tirato, l’interferenza a canestro per impedire a George Mikan di spazzare via qualsiasi cosa, ecc ecc.

Ora invece siamo nella situazione inversa, in cui la regola cambia per favorire la spettacolarità e il punteggio.
Bob Ryan ha ragione a lamentarsi, a costo di sembrare un’anacronistico reazionario della pallacanestro, l’attuale interpretazione del gioco è a tratti inguardabile ed è un preludio a qualcosa di peggio, ma c’è un’errore nell’analisi.
Il problema c’è, caro vecchio Mr. Ryan, ma non è la linea dei 3 punti.

Adrien

Adrien

Il basket dei playground milanesi gli regala esclusivamente infortuni, relegandolo ad una vita di solo NBA League Pass e cibo del discount. Cuore giallo-viola con Bargnani sempre in cima ai suoi pensieri…ma non quelli nobili Nickname: Adrien