We’re Talking ‘bout: Season 78/79 (1^ parte)

La stagione 1977/78, conclusasi con la vittoria dei Washington Bullets, aveva lasciato nella mente di Larry O’Brien e dei vertici NBA sentimenti decisamente discordanti tra loro. Da una parte la vittoria della squadra della capitale, l’aumento degli spettatori nelle arene, seppur con qualche problema per alcune franchigie, e l’avere ormai il monopolio del settore potevano dirsi cose estremamente positive. Dall’altro quanto accaduto nell’arco della stagione, alla voce risse, gioco duro ed altro, aveva creato un problema fondamentalmente televisivo e di pessima pubblicità mediatica. E questo significava minori introiti a livello commerciale, e minore possibilità di vendere il prodotto NBA.

La CBS si era lungamente lamentata del calo degli ascolti delle partite trasmesse in prima serata dovuto alla poca voglia del pubblico medio americano, di vedere episodi come quello Washington vs Tomjanovich all’ora di cena. La rete televisiva era corsa ai ripari riducendo le dirette in quella fascia oraria, con tutte le ripercussioni del caso.

Correre ai ripari era la parola d’ordine. Ma sul come le idee erano confuse. Serviva qualcosa che riportasse il telespettatore a riappassionarsi del gioco. Così si cercò la via regolamentare, come era stato già fatto durante le stagione precedente.

In quella off season venne deciso di provare ad aumentare il numero degli arbitri da due a tre. Più occhi che controllano i contatti, specie quelli invisibili, più possibilità di vedere il gioco sporco. Poi si pensò di cambiare qualcosa anche sull’uso, anzi sull’abuso dell’hand checking, per cui reiterare nella pratica per non far avvicinare un avversario a canestro doveva essere considerato fallo. Anche per questo, ma solo nella preseason in prova, venne introdotto anche nella NBA uno dei pezzi forti della rivale e defunta ABA, il tiro da tre punti.
Questo perché si pensava che creando più gioco perimetrale venissero meno i duelli, a volte ruvidi, dentro la zona pitturata, che innescavano sempre grossi problemi. Bisognava anche che non si esagerasse con l’uso improprio dei gomiti per difendere la palla dopo un rimbalzo, per cui ogni azione di questo tipo doveva essere considerata fallo, che fosse o meno volontaria. Ma l’aggressività era ormai molto diffusa in molti roster della lega, sembrava decisamente più importante dimostrarsi cattivi più che tecnici. Qualcosa non andava.

E qualcosa non andava anche in altri ambiti. Molte franchigie iniziavano a lamentare l’aumento di strani individui intorno ai giocatori, le voci sull’utilizzo, per non dire proprio abuso, di alcool e soprattutto droghe, dalla cocaina all’eroina, giravano tra gli addetti ai lavori e non solo.
Il controllo sui giocatori doveva essere aumentato. Per alcuni sarebbe bastato che iniziasse, ma, visto il periodo che stava passando la lega, “crearsi” un nuovo problema che poteva gettare altro discredito non veniva visto come un’ipotesi affrontabile. Si doveva lasciare alle squadre massima libertà di azione, possibilmente con meno pubblicità possibile. L’idea ovviamente si rivelò pessima, la piaga della droga che stava aggredendo una generazione di giovani uomini non risparmiò certo i giovani atleti NBA, anzi. Soldi, tanti, fama, libertà d’azione, un connubio pericoloso che presto avrebbe iniziato a mietere vittime, e non solo per usare un eufemismo.

12806631_10207907312828163_629216871_nNel frattempo in quella lunga estate altro stava accadendo nella lega. Per la prima volta nella storia NBA due proprietari decisero di scambiarsi le franchigie. Irv Levin, proprietario dei Boston Celtics, covava da anni la folle idea di trasferirsi in California, possibilmente portandosi dietro, o creando dal nulla, una franchigia NBA. John Y. Brown Jr., proprietario dei Buffalo Braves, aveva invece problemi perché l’amore tra la città e la squadra non era mai nato, nemmeno nei periodi migliori. Da San Diego era arrivata un’interessante proposta per spostare la franchigia nella costa ovest degli USA, ma Brown non aveva alcuna intenzione di lasciare l’est. Quello che accadde è abbastanza chiaro. Irvin si prese i Braves e traslocò nel sud della California, facendo nascere i San Diego Clippers, Brown divenne proprietario dei Boston Celtics.
E la forte personalità del nuovo owner si scontrò immediatamente con il vero padrone non solo dei Celtics, ma di tutta Boston, Red Auerbach, G.M. della squadra. La situazione, già tesa ad Agosto quando Brown organizzò uno scambio con i Clippers cedendo delle scelte future per giocatori che il G.M. non avrebbe mai preso, esplose definitavamente a Febbraio 1979 quando lo stesso owner in totale disaccordo con Auerbach decise di cedere ben tre prime scelte ai New York Knicks in cambio del suo pallino personale, Bob McAdoo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, Auerbach si dimise ed annunciò in una conferenza stampa infuocata, l’intenzione di accettare la proposta dei Knicks di diventare il loro G.M.. La situazione divenne difficile da gestire anche per O’Brien. Nella franchigia più prestigiosa della NBA questo tipo di situazioni non erano possibili. La situazione delicata si risolse grazie “all’intervento” dei fans dei Celtics, che inizarono un’autentica guerra contro Brown, costringendolo in pratica a cedere la franchigia di li a breve.

12842629_10207907312028143_314649591_oTornando al basket più o meno giocato come al solito a Giugno si era svolto il draft a New York. Il lancio della moneta per decidere la squadra che avrebbe potuto effettuare la prima scelta venne effettuato tra gli Indiana Pacers ed i Kansas City Kings, che avevano acquisito l’onore in uno scambio con i New Jersey Nets. Vinsero i Pacers, che decisero di cedere il loro diritto di prima scelta assoluta ai Portland Trail Blazers in cambio di Johnny Davis e della loro prima scelta, che sarebbe stata la #3 assoluta. I Blazers con la #1 chiamarono Mychal Thompson, C da Minnesota University nato e cittadino di Bahamas prima volta nella storia della lega per un giocatore non USA. Alla #2 i Kansas City Kings scelsero Phil Ford, #3 Indiana PacersRick Robey, #4 New York KnicksMichael Ray Richardson, #5 Golden State WarriorsPurvis Short, #6 Boston CelticsLarry Bird. Si alla #6. Bird, oltretutto, subito dopo la chiamata annunciò l’intenzione di giocare ancora un anno ad Indiana State, rinviando il suo ingresso nella lega. Qualcuno consigliò Auerbach di lasciar cadere l’opzione, ma lui decise invece di confermare la chiamata in quanto convinto della bontà della scelta, e la storia gli darà ragione. Altre scelte degne di nota: #8 Boston CelticsFreeman Williams, #10 Chicago BullsReggie Theus, #15 Cleveland CavaliersMike Mitchell, #18 Washington BulletsDave Corzine, #36 Philadelphia SixersMaurice Cheeks, # 47 Houston RocketsBilly Ray Bates, #55 New York KnicksMarc Iavaroni, #60 Los Angeles LakersMichael Cooper, #64 San Antonio SpursGerald Henderson.

Un off season decisamente molto ricca di avvenimenti, serviva un po’ di normalità e di basket finalmente giocato.

Tutto era pronto per l’inizio della regular season 1978/79.

Arrivederci alla prossima puntata.

Doc. Abbati

Doc. Abbati

Il diversamente giovane del gruppo, appassionato di motociclismo e, soprattutto, dello sport made in USA , fan dei Lakers, dei Raiders e dei Mets rigorosamente in quest’ordine, seguo il basket NBA fin dagli anni 70

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