Kevin Garnett: The Revolution

La gente ha la memoria corta, altre volte è troppo giovane per essere stata testimone di alcuni eventi, spesso li vive ma non li comprende a pieno. Io nel 1995, quando Kevin Garnett è entrato nella lega guardavo all’NBA come l’essenza rilucente e colorata degli Stati Uniti. Supereroi in maglie numerate che volavano sopra il ferro.
Le partite le guardavo a casa di amici, c’era NBA Action su Tele Monte Carlo, il branding NBA sulle confezioni di cereali, Superbasket e ASB come riferimento cartaceo e poi le figurine (che figurine non erano, ma si trattava di trading cards) Fleer che si potevano comprare in edicola.
Era tutto nuovo per me, incapace di fare una corretta proiezione e comparazione storica avevo solo il senso di stupore a farmi da guida in questo mondo.
KG mi piaceva, tanto, la stampa lo lodava con gran paroloni, non era tutto chiarissimo per il ragazzino che ero, ma siccome avevo una delle sue figurina in triplice copia decisi di mettermela nel portafoglio, qualche anno dopo comprai la sua maglia, era il 2000 l’anno in cui era protagonista della intro di NBA live, ma era la solita pataccata della Champions con la grafica stampata.

le mie trading cards Fleer 95-96, anno da rookie di Kevin Garnett
Le mie trading cards Fleer 95-96, anno da rookie di Kevin Garnett

Ci sono due definizioni che mi sono rimaste impresse a corredo della carriera di Kevin Garnett, la prima la lessi in un articolo su ASB e grossomodo recitava così “troppo alto per essere difeso dalle guardie, e troppo veloce per essere difeso dai lunghi“.
A questo rompicapo, KG aggiungeva un range di tiro in grado di allargarsi fino alla linea dei 3 punti, un’abilità sorprendente a passare la palla e il ball-handling di un giocatore 20 centimetri più basso. In attacco era capace di fare tutto, TUTTO, e lo faceva con una costanza di rendimento e una maturità che non appartenevano a quella di un ragazzo arrivato direttamente dall’high school.
L’altra frase la pronunciò Flavio Tranquillo durante la cronaca dell’All Star Game del 2003, quello del definitivo addio di Jordan: “… e intanto Garnett difende anche sui tafani”.
Nella sua metà campo Garnett era il giocatore più amato dai compagni e più odiato dagli avversari, nella prima metà della sua carriera era in grado di difendere ottimamente, se non in maniera eccellente, su tutti e cinque i ruoli, ha inseguito ogni rimbalzo e tentato di stoppare ogni pallone che era nel raggio della sua apertura alare e non.
Con il suo atletismo e la sua tenacia non era infrequente vederlo protagonista dell’azione difensiva il momento prima e correre da solo in contropiede, come un velociraptor, il momento dopo.
Garnett è un leader, parla in difesa ai suoi compagni, si esibisce in tanto trash talking, punta i gomiti, spinge quando l’arbitro non guarda, è irritante, cattivo. KG ti insegue, ti stoppa e poi ti mangia il cuore. E’ il mio giocatore preferito.

Gli altri? Naaaa.
Eppure erano gli anni 90 dei grandi centri, e delle grandi ali forti, si facevano spazio nella lega Rasheed Wallace, Antonio McDyess, Tim Duncan e Shareef Abdur-Rahim andando ad aggiungersi ai già affermati Chris Webber, Shaq, Zo e compagnia cantante.
Ma Garnett per me spiccava sopra a tutti gli altri, perché era diverso, si muoveva come nessun altro, era nuovo, era The Revolution.
Lo sapevano anche alla Nike e fecero un memorabile spot in cui KG da solo batteva un numero irreale di persone, e alla fine batteva anche Tim Duncan.

Dieci anni prima di LeBron James, il “nuovo prototipo di giocatore NBA” era KG, e sono assolutamente convinto che la sua presenza abbia aperto la strada a diversi giocatori morfologicamente a lui simili, e con caratteristiche diverse da quelle del lungo convenzionale, proprio in virtù dei successi che è riuscito ad ottenere. Gente come Chris Bosh deve probabilmente parte della sua chiamata #4 anche all’ombra lunga di KG. Eppure come lui non c’è stato nessun altro, chi aveva lacune in attacco, chi sonnecchiava in difesa, chi semplicemente non aveva quella velocità, se è pur vero che tutti i giocatori sono unici, Kevin Garnett è sicuramente più unico degli altri.

Garnett è anche la gigantesca testimonianza del fallimento della gestione Timberwolves.
Il management non è mai stato in grado di portare a Minneapolis una manciata di giocatori decenti, e mentre Garnett dava il massimo ogni sera sul campo (e veniva pagato adeguatamente per farlo), la squadra falliva sistematicamente ogni edizione dei playoff. Per anni il suo miglior compagno di squadra è stato Wally Szczerbiak. Come dite? Non sapete chi sia? Ecco.
Nella stagione 2002-03 KG è domina le statistiche di squadra, per partita, in minuti, punti, rimbalzi, assist, stoppate e palle rubate … ma è un treno senza destinazione. L’anno successivo arrivano Sam “I am” Cassell e un turbolento Latrell Spreewell, li chiamano “Big 3”, c’è anche un bollitissimo Olowokandi, e un Troy Hudson con tante treccine e voglia di fare. Sembrano una squadra per vincere, ma si schiantano inevitabilmente alle finali di conference contro i Lakers.
Gli danno l’MVP (e ci mancherebbe!) ma a KG non importa.

Rimane fedele ancora qualche anno ai T-Wolves e a Flip Saunders, poi non ce la fa più, troppa frustrazione, e finalmente viene inviato a Boston, in cambio di un cesto assortito di giocatori e draft picks pesante una tonnellata, per andare a formare i veri Big 3, quelli del titolo. Finalmente.
Le statistiche non mi piacciono, i numeri li potete andare a trovare ovunque su internet: numeri di All-Star, quintetti NBA, punti, rimbalzi … Garnett va oltre questo.
Tanto rumoroso e “personaggio” sul campo quanto silenzioso, invisibile, una volta varcata l’uscita del palazzetto. Ho rispolverato qualche ASB in cerca di aneddoti e notizie, scandali o eccessi, ma KG fuori dal parquet si spegne, vive una vita lontana dalle luci della ribalta, poca mondanità e quasi nessun clamore. O forse è molto bravo a nascondere le sue marachelle.
Giusto la pessima recitazione nel film sulla vita di Earl Manigault, dove interpretava un giovane Wilt Chamberlain, con una sola linea di dialogo … ma è già troppo.
Faccia seria, cuffie in testa, sempre meno sorridente con il passare degli anni, sempre più duro sul campo, i pugni sul proprio volto, le flessioni sul campo … “Where is the love?” chiedeva ironicamente Joakim Noah in un intervento su ESPN.

Il povero Noah è dal suo primo anno nella lega che si fa bullizzare da Garnett, e pensare che era un suo grande fan.
Niente farewell tour per lui no, solo il minimo indispensabile per far contenta la lega, i tifosi, sorrisi di circostanza, per le macchine fotografiche, e poi di nuovo silenzio e faccia seria.
Chissà dove spenderà la sua dose di trash talking settimanale ora?

Adrien

Adrien

Il basket dei playground milanesi gli regala esclusivamente infortuni, relegandolo ad una vita di solo NBA League Pass e cibo del discount. Cuore giallo-viola con Bargnani sempre in cima ai suoi pensieri…ma non quelli nobili Nickname: Adrien