Due parole con…Roberto Gotta!

Sono passate 6 settimane dalla quella leggendaria notte del 6 febbraio quando a Houston i New England Patriots hanno vinto il 51° Super Bowl con una rimonta epica contro gli Atlanta Falcons: una vittoria che rimarrà negli occhi degli appassionati abituali e dei neofiti che magari. Chi di partite (e anche importanti) ne ha viste molte è il Virgilio del Football Americano in Italia, Roberto Gotta di FOX Sports. Roberto era presente quella notte all’NGR Stadium di Houston e ci ha concesso una bella intervista sulla stagione NFL 2016/17.

Sono passate sei settimane dal più grande Super Bowl della storia, tu eri presente a Houston, che sensazioni provi ancora?
RG: La sensazione è quella di un evento unico, anche perché unico è stato. Nel giro di 24 ore, di recente, sia Ivan Rakitic del Barcellona sia Chris Colabello dell’Italia, nel raccontare grandi rimonte, hanno citato il Super Bowl LI come esempio di come una partita non sia mai da considerare finita. Devo dire che tra tutti i neutrali la sensazione che la vittoria dei Falcons non fosse garantita neanche sul 28-3 c’era, allo stadio, ma questo non toglie che il modo in cui è avvenuta la rimonta dei Patriots sia di quelli che si potranno raccontare con emozione ancora tra tanti anni. Per il resto, ho apprezzato vedere che la NFL nella settimana prepartita ha modificato alcuni rituali che a mio avviso erano diventati addirittura noiosi. Son cose che non riguardano il grande pubblico ma i media e quindi nascono da visuale parziale, ma vivendole da dentro c’era una ripetitività pesante.

Hai visto e vissuto molti Super Bowl, il tuo podio qual è?
RG:: Devo citare quello del 1991 tra Giants e Bills. Guerra nel Golfo iniziata da pochi giorni, clima di fortissima tensione e paura (il mio volo dall’Europa a Miami, poi Tampa, era semivuoto), inno cantato in modo superbo da Whitney Houston, due gruppi di tifosi particolarmente caldi. E poi quel field goal sbagliato da Scott Norwood alla fine. Mi angustia ancora il pensiero di quell’errore: non perché abbia simpatie per i Bills – le ho, ma le ho per tutte le squadre che non vincono mai – ma perché non riesco a immaginare alle sensazioni che quel poveraccio deve avere avuto. Ogni anno una squadra perde il Super Bowl, ma sconfitta come quelle dei Bills nel 1991 o dei Falcons quest’anno sono per certi versi simili e dolorose da ricordare, per un neutrale. Fosse per me vincerebbe il Super Bowl una squadra diversa ogni anno, ma è utopia. Anzi, fosse per me lo giocherebbero ogni anno due squadre che non l’hanno mai giocato o non lo giocano da tanto tempo. Sogno un Detroit-Cleveland, trionfo del Midwest e dei suoi tifosi, anche se formalmente non parliamo ancora di Midwest ma sono dettagli.

Falcons. Un quarto di gioco disgraziato ha vanificato una stagione stellare: quanto può pesare un tale collasso in ottica 2017?
RG::Credo che alcuni giorni fa il coach Dan Quinn abbia detto di essersi messo alle spalle la partita in senso temporale ma di aver bisogno ancora di tempo per digerirla, e ha ragione per quanto il concetto sia contorto. Il pericolo maggiore per i Falcons è nel fatto che il roster necessariamente cambierà e magari non ci saranno più 1-2 giocatori non necessariamente di primo piano ma utili in un determinato momento che, se dovesse ripetersi, potrebbe trovare meno pronti i loro successori. Per il resto saranno passati sette mesi prima del kickoff 2017 e anche solo il fatto che Atlanta giocherà in uno stadio nuovo dovrebbe permettere alla squadra di cancellare il ricordo e dotarsi di carica per ripartire.

Come negli scorsi anni ai Packers è sembrato mancare quel “Quid” per arrivare al Superbowl. Allo straordinario talento di Rodgers, un singolo Superbowl (vinto) comincia a stare stretto. Forse è tempo di una nuova voce nello spogliatoio a livello di Head Coach?
RG:Teoria molto diffusa, specialmente due anni fa dopo il disastro nella finale di conference, ma vale il concetto secondo la quale non si può essere certi di chi arrivi, mentre chi già c’è ha dimostrato di saperci fare. Insomma, si cambia solo se si è ragionevolmente sicuri che il sostituto sia meglio. Proverei almeno ancora un anno con McCarthy, non mi piace la caccia al coach che si è scatenata su di lui da qualche tempo. Adesso non ha rinnovato il contratto a Tom Clements, chissà che effetti avrà. Era del resto il coach a cui aveva delegato, per poi riprendersele, le prerogative di chiamata degli schemi di attacco.

Arrivati sulla cresta dell’onda al Championship contro i Patriots, Roethlisberger & Co sono stati facilmente addomesticati dai Patriots. Come giudichi la passata stagione del team di coach Tomlin?
RG:Molto bene. Non amo (vedi sopra) in alcuno sport le contestazioni facili ai coach e leggere critiche a metà stagione a un allenatore che ha dovuto cambiare un paio di volte la filosofia della sua squadra in questi anni mi ha intristito. Vero che erano critiche di tifosi e dunque per principio non andrebbero ascoltate in quanto viziate, ma ci sono state. Finché Roethlisberger regge e Bell corre così – uno, due anni? – gli Steelers hanno possibilità, ma la difesa in quella partita non ha offerto nulla, e immagino che ci saranno toppe da mettere, anche presto. Per assurdo che sia, non riesco a immaginare gli Steelers senza una difesa di grande livello. Forse ho letto troppi libri sul passato…

Odell Beckham Jr, Julio Jones e Antonio Brown: quando si parla di Top 3 fra i Wide Receiver i nomi sono questi. Chi sono i tre ricevitori che potrebbero insidiare questo podio nel 2017?
RG:Mi piacerebbe vedere meglio e di più Jarvis Landry, che ha anche la faccia tosta giusta. Poi un Jordy Nelson completamente rimesso a posto può tornare ad essere, più ancora che nel 2016, quello che non fa cose spettacolari o non si tinge i capelli ma prende tutto quello che gli viene lanciato, specialmente in momenti decisivi. Anche un Dez Bryant più in sintonia con Dak Prescott, e una stagione ancora grande da Larry Fitzgerald entrerebbero nei miei desideri. Non sono nomi nuovi, ma vorrei rivederli grandi.

Tribuna stampa all’NGR Stadium

Carolina ha evidentemente subito il classico “Hangover” da Superbowl perso compilando una stagione sottotono. I vari mock draft danno Leonard Fournette da LSU come rinforzo di lusso nel backfield dei Panthers: bastererebbe lui per risollevare l’attacco di Newton (e magari proteggerlo un po’) o c’è bisogno anche d’altro a Charlotte?
RG:: Non credo, anche se dicono tutti che Fournette possa spaccare il mondo. Ma ormai i running back in grado di fare la differenza sono pochi, e in realtà la differenza la fanno sempre i qb, a parità di difesa. Il running back di valore ti fa consumare tempo nel 4° quarto se sei in vantaggio o può segnare qualche touchdown di puro talento, ma è ormai purtroppo un accessorio, non un elemento fondamentale. Dico purtroppo perché sono un inutile fautore della vecchia I-Formation, ma è roba passata.

Prescott & Elliott e l’appuntamento per il Superbowl per i ‘Boys sembra solo rinviato di poco. C’è il rischio che un “second year wall” condizioni i due baby fenomeni? O con quella linea offensiva, i tifosi texani (e gli stessi Prescott ed Elliott) possono dormire sonni tranquilli?
RG:Talento ovviamente indiscusso per entrambi, amplissime possibilità di ripetere la grande stagione 2016. Quel che dicono di Prescott fa pensare che non sia il tipo da sedersi sugli allori, prima di tutto perché perdere subito ai playoff è tutt’altro che un alloro in senso classico. Mi sembra credibile che la motivazione a fare un passo in più porti i Cowboys e soprattutto Prescott ed Elliott a non mollare, anzi provare a fare un ulteriore passo. Il grande dubbio è legato all’imponderabilità di molte stagioni NFL, al fatto che – Carolina 2015 lo dimostra – ci siano anni in cui tutto funziona e sono gli anni in cui bisogna cercare di vincere, perché non si sa mai realmente cosa accadrà l’anno dopo. Poi è ovvio che maggiore è la qualità della squadra maggiori sono le probabilità che si ripeta una grande annata, ma infortuni, perdite di forma e anche calendario costituiscono variabili reali. E non prevedibili.

Un accenno a Tony Romo. L’ex Dallas Cowboys è ufficialmente disponibile per altre destinazioni: quale e perchè è, secondo te, la franchigia dove potrebbe fare meglio?
RG:Non so, dicono tutti Denver e ci sarà una ragione, ma bisognerebbe conoscere filosofie degli offensive coordinator, mentalità e sapere esattamente che carattere abbia Romo, tutte cose che da fuori non si sanno. Non risulta che abbia piantato grane e imposto abitudini da superstar, ma sono troppe le variabili su un giocatore che da fuori non possiamo conoscere.

Terrell Owens fuori dalla Hall of Fame è, secondo il mio modesto parere, un insulto all’intelligenza di chiunque apprezzi questo sport. E’ normale, secondo te, che valutazioni di tipo “extra-campo” possano influire così tanto nella scelta di chi mandare o meno a Canton?
RG: Dicono tutti che non influiscono ma è difficile crederlo. Come talento dovrebbe farne parte di sicuro, idem come impatto emotivo e promozionale, e probabilmente qualcuno tra i votanti si prenderà a cuore la questione e la proporrà con forza. Ci vuole coraggio, ma va fatto. Detto questo, sono abbastanza indifferente a Hall of Fame e cose del genere. Non capisco perché un giocatore, un allenatore o un dirigente debba vedere variare il proprio ricordo e la propria reputazione solo perché alcune decine di persone – esperti, ovviamente, non il primo che passa – vanno ai voti su di lui.

Il premio “Dilemma dell’anno 2017” sembra andare alla dirigenza dei Redskins: rinnovare a cifre importanti Cousins o ripartire da 0 con una scelta al draft o un free-agent (Romo? Kaepernick?) sono le uniche due opzioni permesse. Cosa pensi della situazione-quarterback di Washington?
RG: Meglio Cousins di altri, considerando che prima o poi Brady si ritirerà, Rodgers salirà con gli anni e a quel punto anche un quarterback di livello medio-alto potrà vincere il Super Bowl. Di fatto, solo 3-4 qb ogni anno hanno il talento per poter vincerlo anche con una squadra non eccezionale, e gli altri sono quasi intercambiabili, per cui in assenza di grandi giocatori dal draft meglio tenersi quelli che si hanno. Anche a costo di pagarli cari. O cedendoli sapendo che non si può mai giurare sui nuovi. Philadelphia cedendo il costoso Bradford ha lanciato Wentz, che è partito molto bene poi è crollato, non tanto come vittorie quanto come rendimento individuale, se valutato con le statistiche avanzate. Se non ricordo male, dopo qualche giornata aveva drasticamente accorciato la portata dei suoi lanci, osando sempre meno. Non un difetto in sé, ma indica un freno alla sua crescita.

*Michael Vick ha annunciato il ritiro, è stato l’Allen Iverson dell’NFL, che ricordo hai di lui?
RG: Negativo, per quello che ha fatto fuori dal campo e per l’influenza che ha avuto su tante persone. È quel che penso anche di Iverson, del resto. Portati in palmo di mano da una vasta sezione di media in quanto pieni di talento ma “maledetti”, e io non ho mai sopportato il fascino verso questi personaggi. Chi più ha doti naturali meglio deve comportarsi, secondo me. Per assurdo, potrei concedere comportamenti devianti in chi non ha nulla nella vita e non ha lavoro. Chi ha la fortuna di essere nato con il talento ha – secondo me – l’obbligo di non sprecarlo e di comportarsi bene. Non di essere un esempio, perché ritengo triste prendere come esempi degli atleti.

*Guardando l’episodio de “Il Signori Del Calcio” con Ancellotti padre & figlio ad un certo punto il figlio fa una domanda molto intrigante a Carlo: “Quale sarà il prossimo step evolutivo del calcio” io te la rigiro su quale sarà il prossimo step evolutivo dell’NFL dentro e fuori dal campo (franchigia a Londra?)?
RG: Spero che non ci siano più partite in Europa e men che meno una franchigia a Londra. Le partite a Londra danno un bel colpo d’occhio ma non sono realmente partite NFL. Anche il contorno è forzato e scimmiottato, un’importazione di abitudini non nostre e recitate a pappagallo. Ma la direzione è quella opposta, a quanto pare. Dentro il campo, temo, ulteriore riduzione dell’efficacia dei contatti. Non mi piace vedere giocatori disabili o menomati per via di uno sport, e mi dispiace moltissimo per quelli che lo sono diventati in passato senza aver nemmeno potuto godere di compensi alti come quelli di oggi, ma uno sport così ha nella durezza degli scontri una parte cruciale. Detto questo, riprendo quanto affermato da un vispo collega americano due anni fa: il football nel 1700 non c’era e tra qualche decennio potrebbe non esistere più. Se si continua di questo passo, scomparirà, così come sono scomparsi i combattimenti tra gladiatori.

Intervista realizzata da Fabio Gabrielli & F.M.B*

Fabio G

Fabio G

Anconetano doc, seguo da anni gli Sport Americani e la NFL in particolare, con un occhio di riguardo per i Detroit Lions. Da poco collaboro con NBA-Evolution come redattore per la sezione NFL.

Nickname: Fabio G

  • plus 60

    complimenti bella intervista

  • lorenzo tonelli

    Un grande grazie a voi e a Roberto per questa splendida intervista

  • Loco Dice

    Roberto Gotta un grande, leggevo le risposte e nella testa sentivo la sua voce 🙂
    Bell’intervista