Houston Rockets 2017/18, l’anno della Barba!

Run as one!” Difficilmente un motto potrebbe riassumere meglio i concetti di pallacanestro degli Houston Rockets di questa stagione. ‘Run’ come predica il Coach seduto sulla panchina, che della corsa ha fatto il suo cavallo di battaglia su ogni panchina, con risultati altalenanti: eccellenti in Arizona con i Phoenix Suns di Nash e Stoudemire, rivedibili in California con i Lakers di Gasol e Howard.

Poi, semplicemente, la quadratura del cerchio: James Harden, l’ingranaggio perfetto per la macchina quasi perfetta. Sì, quasi, perché nonostante l’irreale stagione disputata dal Barba lo scorso anno, mancava ancora una pennellata al capolavoro di Mike D’Antoni. Questa pennellata ha un nome, un cognome e porta il numero 3 sulle spalle: Chris Paul.
‘As one’ perché questi Houston Rockets sono davvero una squadra. Tutti uniti nella stessa direzione di marcia, o meglio, di corsa: Harden è il leader, CP3 il suo braccio destro, Capela la torre. Poi una serie di alfieri da quintetto, come Ariza e Ryan Anderson, e dalla panca, con Eric Gordon e Nene.
I cavalli, un po’ pazzi come Gerald Green, ma anche esperti, come Joe Johnson. Mancano i pedoni per completare la scacchiera, ma in Texas ci sono anche loro: PJ Tucker e Luc Mbah a Moute che si sporcano le mani in difesa dove altri non amano scendere in prima linea. Tutti uniti per raggiungere le 59 vittorie e stabilire il record per la franchigia. Tutti uniti per quasi ipotecare il primo posto ad Ovest. Tutti uniti per crederci davvero e puntare a quel trofeo.
Ma andiamo con ordine.

LA BARBA
Come puoi migliorare una stagione in cui hai messo a referto 22 triple doppie? Semplice, portando la tua squadra al primo posto della Western Conference viaggiando a 30.9 punti di media, catturando 5.3 rimbalzi a partita e servendo 8.6 cioccolatini ai tuoi compagni, non senza qualche acuto come la storica tripla doppia con career high annesso da 60-10-11. Sì, perché il sistema D’Antoniano funziona, ma serve un interprete come il Barba per esaltarlo fino a questo punto.
La semplicità e la leggerezza con cui gioca è qualcosa di meraviglioso, ed è in grado di scegliere come cucinarti: dal palleggio, in penetrazione, procurandosi falli e convertendo tiri liberi a macchinetta, o in step back, da due o da tre non fa differenza; primo giocatore ad aver raggiunto i 2000 punti in questa stagione. Houston è portata a braccetto da questo mancino con barba lunga e movenze sinuose, e la strada intrapresa è davvero molto invitante.

IL LEADER
In estate tutti siamo rimasti un po’ perplessi dall’aggiunta di Paul ai Rockets: insomma, Harden domina l’attacco e la dirigenza gli mette affianco un altro giocatore da palla in mano? Bene, le critiche sono iniziate e finite in estate, perché Paul è davvero perfetto per questi Rockets. Ha portato ulteriore leadership, più vocale, più difensiva e più esperta di quella del Barba. Ha portato gioco nelle serate in cui Harden viaggia con percentuali basse. Ha portato difesa con le sue palle recuperate e le sue buone letture.
Ha portato un Qi cestistico sopra la media per liberare Harden dalle attenzioni difensive, per aprire spazio a Capela in mezzo all’area ed ai tiratori sul perimetro. Ha portato i Rockets a crederci davvero. Perché aver fiducia nei propri mezzi è già di per sé un’arma in più.

Clint Capela - Houston Rockets - 2018L’UOMO CHIAVE
Dalla Svizzera con furore, preso e trasformato da D’Antoni, Harden e Paul in uno dei lunghi migliori della stagione; perché se Houston guarda tutti dall’alto è anche perché Clint lavora così bene in area e sopra al ferro. Dicasi 14 punti e 11 rimbalzi a partita, e a questi numeri aggiungete quasi 2 stoppate a partita, ottenete il terzo vertice di un triangolo estremamente efficace da 33 vittorie e 1 sola sconfitta quando questi tre giocano insieme.
Deve solo prendere un pallone in aria e schiacciarlo a canestro” è stato il commento di KD cercando di spiegare che in realtà Capela non fa nulla di particolarmente difficile. Forse è vero, ma come ha risposto D’Antoni “gli conviene farlo bene, perché da Harden e Paul di palloni continuerà a riceverne”. Direi che il 65% dal campo è molto bene.

I COMPRIMARI
Nessuna Star può vincere tante partite da sola. Nessuna coppia di Star può puntare in alto contando solo sulle proprie qualità. Nessun Big Three può compiere il passo decisivo per l’anello senza i comprimari giusti a completare ciò che i fenomeni iniziano. Ed è qui che il lavoro di Trevor Ariza e Ryan Anderson diventa fondamentale. Anderson che tira, tanto, piuttosto bene e che è lì per quello: convertire più passaggi possibili ricevuti da Paul e Harden in punti, meglio 3 che 2.
Ad Ariza vengono chieste piccole cose, tra cui guidare i Rockets in difesa. Lo fa e lo fa bene, con 1.5 palloni recuperati, a cui aggiunge anche quasi 12 punti. Inoltre Trevor ti porta quell’esperienza diretta degli step da fare per arrivare in fondo, perché lui in fondo ci è arrivato, nel 2009 con i Lakers, in un contesto totalmente differente da quello dei Rockets, ma sempre svolgendo il suo lavoro di comprimario alla perfezione, sfruttando gli spazi generati dall’attenzione difensiva verso Bryant e Gasol.

LA PANCHINA
Ruolo molto sottovalutato quello del giocatore dalla panchina: tutti vorrebbero un Sesto Uomo nella propria squadra, ma spesso la differenza finiscono per farla il nono o addirittura il decimo uomo. Ecco, a Houston in Sesto ce l’hanno, archiviato sotto la voce Eric Gordon che ti produce 18 ulteriori punti e che segna da dietro l’arco con il 35.5%; in più ha anche dimostrato di saper chiudere le partite, citofonare a Philadelphia per avere conferma.
Durante una stagione hai bisogno di forze fresche, ed ecco Gerald Green. Pescato dal nulla ed inserito nel sistema alla perfezione. Il compito è semplicissimo: tira!
Nene e Joe Johnson completano il reparto panchina con esperienza e talento che, anche se a fine carriera, fanno sempre comodo.

PJ Tucker - Houston Rockets - 2018LA DIFESA
Sì perché se i Rockets stanno avendo questa stagione devono ringraziare anche un miglioramento difensivo. Non solo Ariza e Capela ma anche due specialisti come Tucker e Mbah a Moute che hanno fisico, capacità e voglia per chiudere le Star avversarie. Più di 25 minuti in campo per entrambi e anche grazie a loro riescono a tenere gli avversari sotto i 105 punti segnati a fronte dei 113.5 realizzati dai Rockets. A questi dati vanno aggiunte anche gli 8.5 recuperi a partita che portano la franchigia texana ad essere la quarta in NBA in questa categoria.

L’ATTACCO
La fase offensiva resta però la vera chiave per il successo: 113.5 punti segnati che arrivano da 15.4 triple realizzate a partita su 42.2 tentate. Nemmeno da dire che Houston guida la classifica sia delle realizzazioni sia dei tentativi, ed è dodicesima in NBA per % da tre punti con il 36.5%. Da due punti vanno a bersaglio con il 55.9%, dietro ai soli Warriors (56.7%).
Quarti per assist, 21.7, segno che, anche se molti attacchi partono da isolamenti di Harden, non viene meno la voglia di collaborare e di passarsi la palla; poi se questi isolamenti producono anche una valanga di tiri liberi è tutto di guadagnato, anche perché vengono convertiti con il 78%.

Insomma, Houston deve davvero crederci e provarci fino in fondo: moltissimi numeri sono dalla loro parte, il record su tutti, che permetterà, quasi sicuramente di avere il vantaggio del fattore campo per tutti i Playoff. A questi numeri si sommano tutti quelli individuali, le triple doppie del Barba, le partite da 20-20 di Capela, le partite in doppia cifra di assist di CP3, il mese di febbraio da 14 vittorie e 0 sconfitte, le belle prestazioni e le brutte vittorie, sudate e strappate all’ultimo.
I Playoff sono un’altra bestia ma Houston ci arriva preparata. ‘Run as one’ fino alle Finals, ‘Run as one’ fino al Larry O’Brien Trophy.

Simone

Simone

Giallo-Viola e Kobeiano convinto ma grande appassionato del basket in generale, con cui entra in contatto a 5 anni. Primo e unico colpo di fulmine della sua vita, ad oggi. Gioca e allena nelle Minors novaresi, nonostante le ginocchia suggeriscano di darsi alla Playstation. Nickname: Simo T.