La doccia gelata dei San Antonio Spurs

Vi ricordate il film “Inception” con Leonardo Di Caprio quando lui, per capire se è nella realtà o nel sogno, fa girare la trottola? Credo che la trottola che nel 1999 Gregg Popovich e i San Antonio Spurs fecero girare si sia fermata.

Per anni alle prime difficoltà uscivano subito e detrattori al motto “Finalmente sono finiti!” ma poi perentoriamente i nero-argento sul campo zittivano tutti ma adesso le difficoltà sono vere sia dentro che fuori dal campo; dopo le ultime 2 sconfitte per mano degli Utah Jazz e dei Los Angeles Lakers di LeBron James gli Spurs sono al 14° posto ad Ovest con 11-14 davanti solo ai tankatori dei Suns, per l’appunto quella contro i Jazz è stata la 3^ sconfitta delle ultime 4 con margine di 34,7 punti di media roba che successa solo 2 volte negli ultimi 20 anni.

La squadra non c’è.

È vero che hanno cominciato la stagione non sotto una buona stella, l’infortunio che ha messo KO per tutta la stagione quel Dejounte Murray (22 anni) atteso protagonista, la matricola di belle speranza Lonnie Walker IV (19 anni) ancora ai box ma soprattutto, non una novità, la trade Leonard della quale parlerò dopo ha stroncato i sogni di gloria.
Il gioco di Popovich oggi non è praticabile, non ha un regista e il povero Derrick White (24 anni) fa quello che può, non ha un esterno di difesa specialista da 3 che era Danny Green, LaMarcus Aldridge (33 anni) è il solito altalenante, Pau Gasol (38 anni) è sull’orlo del tramonto e DeMar DeRozan (29 anni)…è DeMar DeRozan, un ottimo giocatore ma si ferma li.
Se aggiungiamo che non c’è un leader nello spogliatoio e che non ci provano neanche a difendere per Popovich ogni notte si fa ardua, contate che l’ultima vittoria arrivata contro Portland è arrivata realizzano 131 punti con il 60% dal campo, il 73% da 3 e il 90% ai liberi, cosa che nella storia NBA è successa solo 8 volte.

LA DOCCIA

Quello che Kawhi Leonard ha fatto agli Spurs è da un lato atroce e dall’altro la conseguenza degli eventi che alla fine hanno dimostrato che questi 20 anni d’elitè sono stati una fantastica eccezione creata da 3 eccezioni; Tim Duncan, Tony Parker e Manu Ginobili erano, sono e resteranno UNICI e la più grande eccezione della storia NBA.
Duncan un fenomeno senza esigenze, senza manie di grandezza, un carisma unico nascosto sotto una maschera di tranquillità, Tony Parker uno con le palle quadrate che da nessuno è diventato pure MVP delle Finals e Manu…il tutto in un ambiente tranquillo, senza pressioni, una franchigia seria, con un management scaltro e un dei più grandi allenatori della storia. Non serve che vi scriva di più.

San Antonio NON è Los Angeles, NON è New York, NON è Boston, NON è un Big-Market dove le stelle vanno a giocare, vi ricordate Superstar con mega contratti finire nel Texas? NO, loro le creano le superstar! Il problema è che l’ultima, nonché la più forte mai uscita dal sistema Spurs, voleva di più o meglio…voleva quello che tutte vogliono.

Leonard non voleva stare a San ANtonio, voleva un grande palcoscenico, voleva un grande contratto, voleva una SUA franchigia e non essere il miglior soldato dell’esercito Popovich, voleva essere ambasciatore di un brand con scarpa dedicata. San Antonio NON era, NON è e NON sarà mai quel mercato/piazza.
Quello che ha fatto l’anno scorso PER ME rimane uno dei gesti più vili mai visti da quando seguo l’NBA, sputare in quel modo nel piatto d’argento che ti ha cresciuto e fatto sbocciare e diventare a tutti gli effetti un Top 4 della Lega…Un secchio di acqua ghiacciata che ha fatto aprire gli occhi sulla realtà.

E POI POPOVICH

Potete non essere d’accordo su quello che ho scritto in precedenza ma su questa riflessione dedicata al Pop credo che sarete dalla mia. Mettete da parte la situazione attuale degli Spurs e pensate all’uomo Popovich cosa ha vissuto nell’ultimo anno:
• Ha perso per scelta tecnico/tattica Tony Parker
• Ha dovuto salutare Manu Ginobili
• Pugnalato al cuore dalla sua stella
• Ha perso sua moglie Erin

Esclusa la perdita della moglie voi potete dire che fa perte del gioco, siamo in NBA, it’s all about business, ma qui parliamo di una DINASTIA creata da lui e che solo dopo 20 anni, ripeto, 20 anni alza bandiera bianca.
Non è Phil Jackson che è andato avanti a botte di Three-Peat con squadre diverse scrivendo frasi filosofiche sulla lavagnetta, qui si parla di 20 anni nella stessa franchigia, tutti i giorni, le stesse persone, il TUO spogliatoio con i TUOI pretoriani, un sistema di gioco vincente, un’organizzazione impeccabile sotto ogni aspetto in grado di tirare fuori anno dopo anno risorse improvvise, 20 anni SEMPRE lassù cosa che nessuno può neanche avvicinarsi in NBA.

E adesso si sveglia la mattina, non c’è Tim, non c’è Tony, non c’è Manu, non c’è quel Kawhi che doveva tenere alto il vessillo nero-argento, la carta d’identità recita 69 con i 70 in arrivo a gennaio e infine questa NBA che a lui non piace; recentemente ha ribadito un concetto già espresso l’anno scorso, il tiro da 3 non gli piace e lo vede come un nemico del gioco

Non è più pallacanestro, se ne è persa la bellezza, è tutto abbastanza noioso. Ma è così che stanno le cose, e bisogna adattarsi

Provoco: Gregg Popovich si è stufato dell’NBA e nessuno può aprire bocca in merito. Gli manca una sola cosa che è la medaglia d’oro alle Olimpiadi, appuntamento a Pechino nel 2020 quando sarà lui l’Head-Coach di Team USA cosa che lo motiva, gli piace, lo stimola visto anche l’infinito talento che avrà a disposizione, ma per quanto riguarda l’NBA non escludo che Ettore Messina gli subentrerà già dalla prossima estate a guida degli Spurs.

F.M.B

F.M.B

Una vita passata nello sport specialmente nel mondo della pallacanestro, praticamente appassionato di tutti gli sport con una predilezione per quelli Made In USA. Non ho una squadra NBA preferita, tendo a simpatizzare quelli snobbati/odiati dalla comunità o i casi patologici, in NFL invece vi basti sapere TB12. Nickname: F.M.B