Simmons-Tatum-Mitchell, dalle stelle a?

L’anno da Rookie è la prima sfida che un giocatore NBA deve affrontare, il primo gradino da scalare per dare il via alla propria carriera; è un anno pieno di avversità, di adattamento, di nuove responsabilità che ti possono già caricare di Hype mettendoti sotto i riflettori di tutta l’NBA. Ma il secondo anno è forse ancora più importante, l’anno delle conferme e della definitiva consacrazione o l’anno che ti butta nuovamente nella mediocrità.

Ecco, oggi voglio provare ad esaminare quello che ha portato tre rookie ad essere protagonisti indiscussi della passata stagione ma che stanno trovando difficoltà in questo loro secondo anno. La scorsa stagione sono stati i finalisti per il premio di Rookie of the Year, conteso tra assist no-look, felpe di polemica e playoff da leader. Stiamo parlando di Ben Simmons, Donovan Mitchell e Jayson Tatum, tutti accomunati da un anno da Rookie strepitoso, per vari motivi, ma non confermato a pieno in questo secondo anno.

Molto simili perché si sono trovati spesso in competizioni più o meno importanti: dal R.O.Y al Rating su NBA 2K, dal campo alle frecciatine lanciate fuori dal campo “indossando” la definizione di Rookie, dai social ai discorsi da bar con gli amici.
Molto diversi perché è difficile trovare tre giocatori così lontani per caratteristiche e modo di giocare.
Bene, ma proviamo ad analizzare le loro difficoltà di questo secondo anno nella lega partendo da quello che ne sta avendo decisamente meno, Ben Simmons.

Dopo dei playoff abbastanza deludenti, sconfitti in ogni aspetto dai Boston Celtics, abbiamo tutti visto video di Ben in palestra a dominare le partitelle con i suoi compagni d’allenamento e amici e abbiamo anche visto sessioni di tiro piazzato, video che hanno fatto gridare a molti, moltissimi il consueto “Occhio a Simmons se inizia anche a segnare!”. Ecco, diciamo che il ‘se‘ è molto marcato: zero tiri da 3 punti tentati fino ad oggi e solo con l’inizio del 2019 abbiamo visto tentare un paio di jumper dalla media, poca roba.
Le statistiche però confortano: 16.3 punti, 9.1 rimbalzi e 7.9 assist, numeri che per un giocatore al secondo anno sono davvero davvero ottimi ma che non spiegano a fondo le reali difficoltà di Simmons; dove vanno ricercate allora? Vanno ricercate nei momenti delle partite in cui una difesa organizzata decide di lasciargli 5 metri di spazio e di collassare intorno ad Embiid o difendendo sul pick and roll di Butler aiutando con l’uomo di Simmons in modo da intasare ogni spazio di penetrazione. Boston l’ha fatto, Boston ha spazzato via i 76ers, e sempre più squadre quest’anno lo stanno iniziando a fare in modo più organizzato, e arriviamo ai valori statistici che sono più preoccupanti: 4.2 di Win Shares e 2.5 di Offensive Win Shares, ovvero quante vittorie ha portato l’avere Ben Simmons in squadra e quante ne ha favorite il suo attacco. Sono valori buoni, ma niente a che vedere con quelli della scorsa stagione: 9.2 e 4.2.
Lavora su sto tiro, Ben!

Se per Simmons i numeri raccontano di una stagione comunque da rispettare, per Donovan Mitchell il problema è molto più serio; in termini di punti la produzione è rimasta pressoché invariata con 20 di media come la scorsa stagione, ma le difficoltà al tiro sono chiare ed evidenti: da dietro l’arco tira appena il 29.9% e dal campo il 41%, con un tentativo in più a partita. A livello di gioco fa molta più fatica a trovare ritmo e soluzioni semplici che l’hanno portato ad essere osannato su tutti i social, contendere a Simmons il titolo di Rookie of the Year sfoggiando polemicamente la felpa con stampata la definizione di Rookie per ricordare a tutti che Simmons non venne scelto quell’anno ma l’anno prima, e semplicemente a dominare OKC nei playoff, dove ha innalzato ulteriormente il suo gioco arrivando a segnarne quasi 25 di media. Ma anche qui, la musica è cambiata in termini di impatto sulla squadra: da 5.2 ad appena 0.7 di Win Shares con un +/- di -1.4 con lui in campo sui 100 possessi, e Utah sembra la sorella brutta e antipatica della bella squadra vista la scorsa stagione, con un record negativo e fuori dai playoff. Donovan, c’è da raddrizzare la mira altrimenti il treno playoff ad Ovest rischia di scappare.

Se Simmons e Mitchell sono chiari punti di riferimento per le proprie squadre, Jayson Tatum a Boston non è che un buon comprimario che sta facendo fatica a trovare ritmo. Ma come un comprimario? Ai playoff era il punto di riferimento di tutta Boston e sono andati a qualche possesso dall’eliminare LeBron e ora è un semplice giocatore di rotazione? Ebbene sì, non per colpa di altri, nonostante Il ritorno di Irving tolga palloni giocabili, ma principalmente per colpa sua: 3 tentativi dal campo in più a partita, quasi due in più da dietro l’arco, ma le percentuali non reggono e calano, 44.5% dal campo e appena il 36.7% da 3 punti, quando lo scorso anno tirava il 43.4%. Tutto questo gli vale appena 16.1 punti a partita, gli stessi che ha avuto Kyle Kuzma la scorsa stagione, quella da Rookie.
Come mai il paragone con Kuzma? Perché si trovano in una situazione abbastanza simile: tanti palloni giocabili nei playoff per 18.5 punti a partita in assenza del leader della squadra e, al suo ritorno, un calo; per Kuzma tanti palloni giocabili la scorsa stagione per 16.1 punti a partita e, questa stagione con l’arrivo di LeBron, un miglioramento fino a 18.3 con già 3 partite da 30 punti nella stagione contro le 0 di Tatum.
Un paragone che potrebbe iniziare a pesare poiché entrambi stanno diventando, o vorrebbero diventare, i secondi violini di squadre vincenti come Boston e Lakers, ma per ora sembra che il meno quotato Kuzma, in un sistema diverso e meno organizzato di quello di Boston, con meno giocatori pronti a togliergli pressione rispetto a quelli dei Celtics, ci stia riuscendo molto meglio di Jayson. È ancora presto e l’esperienza ai playoff la scorsa stagione sarà fondamentale nel percorso di crescita, ma le sorti di Boston nel cammino verso le Finals passano molto dalle mani di Tatum che, come gli altri Sophomore analizzato in questo articolo, ha visto calare il suo valore di Win Shares dal 7.1 della passata stagione al 2.7 di questa.

Tanto, tantissimo Hype alla fine della passata stagione, già tutti e tre etichettati come “The Next Superstars”, ma la realtà è ben diversa, e non bastano giocate da highlights, felpe di tendenza o qualche serie di playoff per consacrarti come la prossima superstar, perché l’exploit di una stagione deve essere la base per costruirti una carriera solida e costante, e il secondo anno è sempre fondamentale ma difficilissimo.

Simone

Simone

Giallo-Viola e Kobeiano convinto ma grande appassionato del basket in generale, con cui entra in contatto a 5 anni. Primo e unico colpo di fulmine della sua vita, ad oggi. Gioca e allena nelle Minors novaresi, nonostante le ginocchia suggeriscano di darsi alla Playstation. Nickname: Simo T.